Intervista all'autore: Ginevra Van Deflor


Lettori e lettrici buongiorno,
L’intervista di questa settimana è dedicata a Ginevra Van Deflor ed al suo libro “Back to school” la cui recensione la potete leggere qui nel blog prima delle domande e delle sue interessanti risposte!!!

Ginevra Van Deflor L’autrice, dopo aver coraggiosamente svelato scomode verità dell’Universo
 Scuola, è stata costretta per garantire la sua incolumità ad entrare nel Programma Protezione Testimoni e a cambiare la sua identità. Anche per questo motivo ha scelto lo pseudonimo di Ginevra Van DeFlor per firmarsi. Essendo Ginevra uno pseudonimo, potrei immaginarmi su due piedi una biografia, chessò, scrittrice estremamente esilarante, da comprare a scatola chiusa e in numerose copie, e regalare anche ripetutamente agli amici per fare una sicura bella figura (in particolare, se evitate la rima). MA, diciamocelo, ci credereste? Permettetemi di dubitarne. Vi rimanderei quindi alla premessa del qui presente libro, Back to School: L’insostenibile pesantezza dell’essere Genitori-di-Allievi, per avere maggiori informazioni e due o tre indiscrezioni in merito, ma, ammettiamolo pure, anche questa parrebbe una bieca strategia commerciale per spingervi a leggerlo (senza farvelo prestare, eh? È scritto in un particolare inchiostro simpatico - a me – che si rende visibile solo ai legittimi proprietari, con tanto di scontrino). Preferisco quindi lasciarvi così, non direi nel dubbio, piuttosto nel non detto. Così potete inventarmi voi, come d’altronde farei io. E come, forse, facciamo tutti. Sarei curiosa di ascoltarle, le vostre storie su di me. Magari un giorno mi divertirò a raccoglierle. O a scriverci un altro libro.



1 – C’è un avvenimento in particolare che ha fatto scaturire in te l’idea di scrivere una storia come quella del tuo libro?

Guarda, più che un avvenimento singolo, potremmo parlare di una serie di avvenimenti. Una serie pressoché infinita, come infinite ed inverosimili sono le vicissitudini di chi, quasi da un giorno all’altro, diventa non più semplice “genitore”, ma “genitore di un bambino che va a scuola”.
Non saprei ricordare una precisa causa scatenante, quanto quella sensazione che ogni giorno ce ne sia una nuova, e una più incredibile dell’altra – dalle procedure dell’iscrizione, alle liste delle forniture scolastiche, ai rapporti con il resto dell’universo-genitori o con quello, a tratti ancora più “alieno”, della scuola e delle maestre. Finché, all’ennesimo “ma-non-ci-posso-credere” che mi usciva spontaneo, ho pensato: ci devo scrivere un libro. Prima di tutto, così mi sfogo e non impazzisco. Poi perché, a parlare con varie mie amiche, sparse un po’ in ogni dove, in Italia e all’estero, ma nella stessa mia situazione – tutte mamme di bambini in età scolare – mi sono resa conto che le cose sono più o meno le stesse ovunque, le chat di Whatsapp ti perseguitano, i compiti sono più complicati della discussione di laurea in fisica quantistica, la competizione sfrenata, la tendenza a drammatizzare ogni inezia onnipresente. Quindi ho pensato che condividere le mie esperienze con altri genitori, come me, nelle stesse situazioni, avrebbe aiutato sia me sia loro a riderne un po’ (e riderci un po’) sopra.

2 – Quando e come è nata la tua passione per la scrittura?  Mentre il tuo nome come lo hai scelto?

La passione per la scrittura mi segue da sempre, dalle elementari. Io ero una bambina estremamente timida e, come spesso accade ai timidi, questo aspetto del mio carattere mi portava a chiudermi nel mio mondo interiore – iper-popolato iper-colorato strabordante di tutto ciò che non sapevo esprimere fuori. Ho avuto la fortuna di avere la classica maestra “brillante”, che stimolava molto la creatività – o perlomeno permetteva, a coloro che ne avevano, di darne libero sfogo. Ricordo racconti scritti all’epoca, partendo da tre parole – tipo coccodrillo, astronauta, luna – che avevano poco o niente a che fare l’una con l’altra. Ricordo il piacere di vedere le parole che prendevano forma sulla carta. Alle medie finivo prima il tema della mia compagna di banco, e poi il mio, e a chi credeva che lei mi sfruttasse, rispondevo che in realtà era quasi il contrario: lei mi permetteva di scriverne 2, di temi, quindi di base era lei che mi stava facendo un favore.
Riguardo al mio nome, come dicevo ho sempre amato raccontare storie, anche perché dentro di me vivono mille e più persone e personaggi diversi. Ho sempre pensato che fosse un peccato dover vivere (o scegliere di vivere) una vita sola, quando ce ne sono così tante, di possibili. Il mio nome è quello di una delle tante persone che vivono dentro di me. Ginevra è un nome bellissimo, che richiama gesta cavalleresche, in universi magici ed incantati. Mi pareva avesse il giusto fascino per una scrittrice, con quel non so che di esotico (mi è stato chiesto, ad esempio, se il mio cognome significa che io abbia origini olandesi) che contribuisce a velare ulteriormente di un certo qual mistero la figura del mio pseudonimo. O, almeno, a me così è parso.
3 – Hai avuto dubbi, durante la stesura, se pubblicarlo o no dato l’argomento di denuncia?
Dubbi se pubblicarlo, no. Paura che potesse venire mal interpretato, sì.
In parte perché i miei racconti sono tratti da eventi realmente accaduti, a me in prima persona o ad amiche, o ad amiche di amiche. Certo, poi è tutto amplificato dalla mia modalità di vedere e di ridere delle cose, tendenzialmente paradossale. Ma mi sono posta il problema se magari qualcuno si potesse riconoscere, ed offendere, cosa che mi dispiacerebbe moltissimo, perché non è minimamente nelle mie intenzioni – anzi, l’opposto. Il problema reale è che la scuola ha a che fare col classico tasto dolente, o meglio punto debole, di ogni genitore: il proprio figlio, che al di là di retorica è spesso davvero il bene più grande. Questo rende tutti noi (mi metto in mezzo in primis) estremamente suscettibili e un filo iper-protettivi. Capita che si reagisca eccessivamente proprio per questo, e scrivendo il libro mi sono chiesta spesso: capiranno che voglio sdrammatizzare, non prendere in giro? O che, se prendo in giro, la prima a prendere in giro è me stessa, ‘che alla fine dovremmo tutti noi prenderci un po’ meno sul serio? Per dire, io prendo un po’ in giro il fatto che ormai sia impossibile organizzare un buffet di compleanno perché ci sono mille allergie alimentari, intolleranze, menù differenziati, ecc. Ma poi esce fuori una polemica enorme contro un film come “Peter Rabbit” perché non sensibile a chi soffre di allergie alimentari e allora mi chiedo: come verrà preso il mio libro? Capiranno che scherzo?


4 –Potresti citarmi un paio di cose su cui si dovrebbe agire immediatamente nell’ambito della scuola?

È una domanda davvero complicata, e forse esula da quello che è effettivamente il senso e lo scopo del mio libro. Che vuole essere più che una – “scherzosa” – critica alla scuola, una – “molto scherzosa” – critica a noi genitori. Che siamo un po’ troppo ossessionati dalle prestazioni. Che fin dalle elementari investiamo eccessivamente sul rendimento. Che organizziamo delle giornate ai nostri figli più intense e ricche di impegni di quelle di un dirigente o di un funzionario di alto grado. Che vogliamo talmente il “meglio” per loro da combatterci a suon di feste sempre più faraoniche, smisurate, costose. Che li incitiamo a non essere competitivi e poi faremmo noi lo sgambetto al loro compagno se ha preso un voto più di loro. Insomma, in breve, che esageriamo e che dovremmo un poco riprenderci. Perché, è vero, la scuola ha mille difetti – ma dubito che sia scarnificandosi i polpastrelli a furia di messaggi nella chat di Whatsapp che si possa immaginare di risolverli. 

5 – Il tuo modo di scrivere è ironico e particolare: come ti è venuta l’idea anche del formato delle parole all’interno che si differenziano a volte da quelle tradizionali?

L’idea mi è venuta da una constatazione: da quando sono mamma, mi capita di avere un universo di riferimento insolitamente infantile. Mi spiego: se in tempi non sospetti (leggi, prima di diventare genitore) quando parlavo con gli amici magari, negli esempi, mi veniva automatico di citare l’ultimo film, concerto, spettacolo, canzone visto o ascoltato, da quando ho bambini mi capita di ascoltarmi paragonare cose o persone a cartoni Disney, citare battute dei Minions, dare per scontato che chiunque conosca Elsa di Frozen. A volte ho notato che amici – rigorosamente senza figli – mi guardavano attoniti come se improvvisamente mi stessi mettendo a parlare in Klingoniano (per i non-trekkiani, diciamo in una lingua straniera mai udita prima). Ma se gli amici hanno figli, capita anche a loro, con la stessa naturalezza con cui viene a me. Quindi ho adottato una versione “adulta” della grafica alla “Geronimo Stilton” – che ai non-genitori non dirà nulla, ma chi ha figli conosce quasi sicuramente. Un po’ per evidenziare l’assunto di base del libro, che quando si diventa “Genitori-di-Allievi” è un po’ come se a scuola si ritornasse noi – che utilizziamo gli stessi schemi di riferimento dei nostri figli. Un po’ anche per (di nuovo!!! Lo so, tendo a strafare!!) prendere in giro la tendenza attuale a guardare le immagini più che leggere. Quindi, come la grafica di Geronimo aiuta i neo-lettori alleggerendo un po’ il peso della lettura, l’idea sarebbe che avvenga altrettanto nel mio libro. Visto, tra l’altro, che adoro parlare molto, e quindi anche scrivere fitto fitto. Perciò, magari, ogni tanto qualche immagine per tirare il fiato non guasta.

6 - Ci puoi raccontare, se c’è, un aneddoto sul tuo libro?

Non saprei dire se possa considerarsi davvero un aneddoto sul libro, ma è una cosa che mi ha fatto molto ridere. Una volta pubblicato BACK TO SCHOOL, ho iniziato a darmi da fare per farlo conoscere in giro e, tra le varie mamme blogger che mi hanno aiutato, ho collaborato con una, molto gentile ed in gamba, che si fa chiamare Gingiorgina, e che fa video spiritosi su situazioni tipiche da “mamme”. Le ho scritto la sceneggiatura di un suo video-post sulla chat di Whatsapp relativa alle riunioni di classe maestre-genitori. Poi, qualche mese dopo, quando parlavo del fatto di aver scritto un libro con mia cognata (che, come il resto della mia famiglia, non ne sapeva ancora niente, perché quando mi dò uno pseudonimo me lo dò sul serio, e poi non ne parlo con nessuno), lei mi ha detto “maddai, allora sarà un argomento tipo quello di un video troppo carino che ho visto su Facebook, pensa che volevo prendere il libro della tipa che ci ha collaborato, mi sa che sono cose simili a quelle che hai scritto tu”. E alla fine, peggio di una puntata di Carramba, che sorpresa!, o di una qualsiasi trasmissione della De Filippi, cosa è venuto fuori? Che il video era quello che avevo scritto io! E, dal video, aveva preso il nome del mio pseudonimo e del mio libro su Amazon!
La cosa mi ha fatto ridere, perché il fatto che lei lo avesse visto, e le fosse piaciuto, senza sapere che io avevo qualcosa a che farci, mi è sembrato davvero buffo. E ho anche pensato che, alla fine, un po’ del lavoro che avevo fatto nei mesi precedenti per fare promozione al libro, magari aveva funzionato!

7 –  Secondo te cosa manca ora all’ambiente scolastico che dovrebbe essere inserito per migliorarlo, ma che ci vuole vorrebbe più tempo (rispetto alla domanda 4)?

Trovo – ma è una cosa che si ripete da sempre, quindi davvero niente di nuovo sul fronte (che sia o meno occidentale) – trovo, dicevo, la scuola estremamente auto-referenziata. Distante. Non solo e non esclusivamente dal pratico, dal concreto, dal mondo del lavoro, che – perlomeno se parliamo di primaria – può quasi essere un bene. Ma anche dai bambini stessi. A volte sembra si ripetano delle cose così, per inerzia, senza domandarsi a cosa servano davvero. Spessissimo il significato pedagogico di una serie di cose – lezioni, argomenti trattati, maniere più o meno rigide di trattarli – sfugge completamente, per quanto ci si possa sforzare di coglierlo. Poi in realtà un discorso generalizzato è difficile da fare, si scadrebbe facilmente nel banale – anche perché ogni scuola, pur avendo una serie di caratteristiche in comune, ha le sue differenze. E, come sempre, la differenza più grande la fa la maestra. E, ancora di più, l’entusiasmo e la voglia che ha quella maestra di insegnare alla sua classe. Quindi, forse, bisognerebbe proprio cominciare da lì. Motivarle, incentivarle, premiarle. Perché, oggettivamente, il loro compito è tutto fuor che facile (come appare evidente ogni volta che ci si offre volontari per accompagnare una classe a qualche uscita scolastica, e si ritorna pensando che quelle donne – o quegli uomini, se sono maestri – siano come minimo dei santi martiri prossimi alla beatificazione).

8 – Oltre alla scrittura quali sono le altre tue passioni?

Adoro, ma va di pari passo, credo, leggere. Poi l’arte, il cinema, il teatro. Viaggiare. Il mare. Ridere ed ascoltare ridere dei bambini. E vedere gli occhi di un bimbo quando si sorprende, che si allargano ad inghiottire il mondo e ti riscaldano dentro, come niente altro sa fare. Amo la fantasia, e mi dispiaccio sempre di constatare di quanta poca se ne usi abitualmente. Amo il suono delle parole, il gusto di cercare quelle appropriate, lo sforzo di non ripetersi o non scadere nello scontato. E poi, adoro spettinare le persone. Che nella mia personale lingua, significa scombussolarle un poco, farle uscire dai loro sentieri prefissati, stupirle, o anche solo smuoverle dal loro torpore.

9 - Quali sono i tuoi autori e libri preferiti: puoi citarmene un paio?

Ultimamente ho letto spesso Amelie Nothomb, di cui adoro lo spirito, ma anche il modo di scrivere semplice e chiaro, la prosa cristallina che mi piacerebbe un giorno saper eguagliare. Ci sono poi una serie di grandi classici, dall’immancabile Garcia Marquez (Cent’anni, un grande amore), a Pirandello (Uno, nessuno e centomila, in pratica il mio manifesto), a Kafka, Hesse, Calvino, Unamuno di Niebla. E poi ancora, Douglas Adams di Guida intergalattica, Mann dei Buddenbrook, Baricco (in particolare Oceano Mare), Uomo invisibile di Ellison, A quattro mani di Paco Ignacio II Taibo, … Potrei continuare all’infinito, mi piace moltissimo leggere e più penso a dei libri che ho amato più me ne vengono in mente altri.

10 - Sperando in un altro tuo libro. ti chiedo se puoi anticiparci qualcosa circa i tuoi progetti per il futuro?

Al momento ho iniziato a scrivere parecchio (o, perlomeno, ci provo) sul web, prima di tutto per fare un po’ circolare il nome. Perché, devo dirti la verità, adoro scrivere, ma come piccola realtà completamente sconosciuta quale io al momento ancora sono, la mia fatica più grande è far sapere che ho scritto. E non solo. Scrivere richiede tempo, possibilità di concentrarsi, lusso di interrompersi quando proprio qualcosa non viene. È un grandissimo piacere, ma è anche un investimento notevole – in tempo, quindi inevitabilmente in soldi, e fatica (come immagino tu ben sappia). Mi piacerebbe poter trovare il modo di dedicarmici senza dover fare i salti mortali per – nel contempo – dovermi occupare di tutto il resto, che scrivere non è: i social, cercare come promozionarsi, occuparsi in prima persona della promozione, ecc. Quindi, sì, ho in progetto in realtà più di un libro, ma sto anche cercando di scovare modalità che mi permettano di scrivere – che è ciò che amo – potendomici dedicare in modo un po’ più sereno. Vivere di corsa, oltre che sinonimo dei nostri tempi, lo è anche dell’essere genitore, in particolare quando i bimbi sono ancora piccoli, lo so. Ma magari mi è possibile trovare un sistema a me più consono grazie al quale ciò che scrivo riesca ad arrivare – e poi, ovvio, il punto di domanda, se piace, ci sarà sempre. Ma perlomeno potrò concentrarmi, in massima parte, solo sull’aspetto scrittura e non anche su ciò che scrivere non è, ma ci gira intorno.

11 - Infine una curiosità: qual è stato il tuo ultimo libro che hai comprato e/o letto?

Ho appena comprato (e non ancora letto) Donne che corrono coi lupi, di Clarissa Pinkola Estés, un libro un po’ particolare, di una analista junghiana (Jung è un’altra mia passione). E ho appena finito di leggere un libro geniale della letteratura per l’infanzia, Il libro perduto, di Pierdomenico Baccalario. Perché sto studiando un po’ la materia e facendoci un pensierino per i prossimi lavori, e perché adoro leggere con i miei figli: ormai leggono da soli, ma io poi leggo il libro che hanno appena finito così ne parliamo insieme.

grazie del tempo che mi hai dedicato

a presto
Gabriele


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